H3+

Uno dei ritorni tanto graditi e attesi di questo 2017 è stato sicuramente quello di Paolo Benvegnù, cantautore di spicco della scena indie rock italiana attuale.
A distanza di tre anni dalla sua ultima pubblicazione discografica, egli torna sulle scene con una nuova, ennesima, fatica discografica che non delude le aspettative ma riconferma ancora una volta il suo prezioso talento come musicista e autore di testi colti e raffinati. H3+ è il titolo del suo nuovo progetto musicale, uscito il 3 marzo per l’etichetta Woodworm label, e rappresenta a tutti gli effetti un’evoluzione nel suo percorso artistico, distaccandosi in parte dalle opere precedenti per l’inserimento di sonorità più elettroniche pur mantenendo quella poeticità di fondo, da sempre tanto cara al cantautore milanese.
Chi come me si è lasciato conquistare dalla bellezza e dalla profondità di opere come Hermann (2011) e Eart Hotel (2015), non potrà rimanere indifferente ascoltando le dieci splendide canzoni di questa nuova opera, che va a completare quello che possiamo definire un trittico magistrale. L’ex leader degli Scisma torna quindi a dire la sua con un disco che, almeno per me, si è già guadagnato un posto di tutto rispetto nella classifica delle migliori uscite di quest’anno.
Mettetevi comodi perché le cose da dire a riguardo sono molte. Quello che ci troviamo davanti è un disco di grande spessore.

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Alla base di questo nuovo progetto discografico che porta la firma del nostro caro Benvegnù troviamo la molecola più importante dell’universo: lo ione triatomico di idrogeno (H3+). Un elemento chimico fondamentale, presente in grande quantità nel cosmo e capace di separare una stella dall’altra. In poche parole è la molecola che sta all’origine dell’universo.
Il cantautore utilizza questo elemento chimico come perfetta metafora per le sue nuove canzoni, attraverso le quali l’uomo compie un viaggio alla ricerca di se stesso: abbandona il suo pianeta e comincia a navigare fra gli angoli più remoti dello spazio, incontrando diverse stelle (ovvero diverse parti del suo essere), per poi infine far ritorno sulla Terra, non più consapevole di ciò che era stato fino ad allora ma totalmente cambiato.
Durante il suo viaggio nel cosmo più buio e profondo, le scintille delle stelle hanno illuminato qualcosa dentro di lui, mostrandogli la sua vera essenza: il suo vero io. Quella che può sembrare la trama fantascientifica di un film è in realtà il pensiero filosofico che sta alla base di questa quinta opera solista del cantautore milanese. Queste dieci canzoni non sono altro che un viaggio esistenziale dove l’essere umano ha l’occasione di comprendere più a fondo la sua natura. E’ un lavoro meno immediato dei precedenti e meno prolisso. Ricordo che la prima volta che l’ho ascoltato non mi ha colpito subito particolarmente (cosa che invece accadde con Earth Hotel). Prendiamo per esempio la prima canzone, “Victor Neuer”, con una partitura dove sono gli archi a farla da padrone. Non c’è batteria ma solo una chitarra acustica e i violini a disegnare un universo astrale. L’infinito. Non l’apprezzi subito ma solo riascoltandola diverse volte comincerà ad entrarti pian piano nelle viscere. Una melodia struggente, quasi atipica nel suo modo di essere.  Non è ritmata come la traccia seguente, “Macchine”, molto elettronica e futuristica in certi versi. L’essere umano fa partire la sua navicella, pronto a cominciare il suo viaggio alla ricerca della sua interiorità, conscio del fatto che dovrà attraversare vortici e tempeste prima di raggiungere un po’ di serenità e chiarezza. A metà brano la batteria entra in scena, a infondere quel ritmo del quale le nostre orecchie avevano bisogno. Le parole di Benvegnù si accompagnano fedelmente ai suoni, e in questo si sa, lui è sempre stato un maestro.
Perché, ancor prima di essere un validissimo musicista, Benvegnù è anche un grande artigiano delle parole. Segue l’irresistibile “Goodbye Planeth Earth”, molto accattivante con quelle sue sonorità che rimandano, forse involontariamente, alla “Ashes to Ashes” di Bowie ma anche a certe cose dei Japan. Per lo meno questa è l’impressione che ne ho ricavato ascoltandola ma potrei anche sbagliarmi. Poco importa. E’ un altro gioiello del disco così come quello successivo, “Olovisione in parte terza”: qui è il pianoforte a farci scuotere le corde della nostra anima con la sua dolcezza, mentre la navicella prosegue il suo viaggio.

Con lo scorrere delle canzoni si arriva alla seconda parte dell’album, anche questa ricca di momenti di grandissimo pathos. Il primo di questi è “Boxes”, che nei primi secondi sembra caratterizzata da un tocco molto orientale. E’ una canzone cupa e piena di tensione. L’astronave è immersa nell’oscurità più profonda, in procinto di essere divorata dall’ignoto. La musica rende a pieno questo clima di tensione e paura e quando tutto sembra andare perduto per sempre, eccola arrivare. La luce delle stelle a illuminare tutto. In “Slow Parsec Slow” è la luce a infondere vita e speranza: l’uomo può finalmente tornare sulla Terra, immerso da questo forte senso di bellezza. Il brano si chiude con un finale jazz molto toccante, con il sax suonato da Steven Brown (si, quello dei Tuxedomoon). A chiudere il tutto troviamo ad accoglierci “Astrobar Sinatra” e “No drinks no foods”, due canzoni ricche di calore, con gli archi che ritornano a chiudere il viaggio così come lo hanno aperto all’inizio.

Tirando le somme, questo album ci conferma ancora una volta il grande talento di Benvegnù nel creare opere di grande spessore, non solo sul piano musicale ma anche a livello poetico/filosofico. Ho avuto modo di assistere ad un suo concerto dal vivo qualche anno fa in occasione del tour per la promozione di “Earth Hotel” e posso dire che quest’uomo ha tutta la mia ammirazione: è dotato di una classe ed eleganza ma sopratutto di un’umiltà assai rare oggi come oggi. E’ stato un concerto intimo e bellissimo, di quelli che ti rimangono in testa anche dopo diversi anni. Sicuramente la tipologia di concerti che preferisco di più: non saremo stati in tantissimi ma poco importa. La visuale era perfetta e l’atmosfera molto tranquilla e suggestiva, con un’acustica veramente ottima. Tutto quello che dovevo dire sul disco l’ho detto. E’ sicuramente tra le migliori uscite italiane di questo 2017 e la dimostrazione che nel nostro paese c’è ancora gente in grado di fare ottima musica. Benvegnù ha cominciato negli anni novanta con gli Scisma proponendo un rock molto raffinato per poi avviare una carriera solista decisamente non inferiore. Anzi, tutt’altro. Il mio consiglio spassionato quindi è questo: ascoltatevi l’ultimo di Benvegnù se non lo avete ancora fatto e recuperate anche i lavori precedenti perché meritano moltissimo. Avercene oggi di cantautori come lui!

 

Le Nuvole

Immaginate, per un solo istante, di chiudere gli occhi e tornare indietro nel tempo. Molto molto indietro, fino al 423 a.C. Siamo ad Atene e un certo Aristofane, di professione commediografo, sta lavorando alla sua nuova rappresentazione teatrale, dal titolo “Le Nuvole”. La storia ha per protagonisti il vecchio Strepsiade e suo figlio Fidippide, rampollo che si diverte a sperperare tutto il denaro nelle corse ai cavalli, finendo con il far indebitare il povero padre. Un giorno quest’ultimo, stanco di pagare i debiti del figlio, lo spedisce alla scuola del filosofo Socrate, in modo tale che possa maturarsi un po’ e imparare a cavarsela da solo con i creditori in futuro. Giustamente voi vi chiederete il perché di questo racconto. Per potervi rispondere è necessario compiere un altro balzo temporale, con destinazione un’epoca più vicina alla nostra. Genova, 1990 : il poeta e cantautore genovese Fabrizio De André è impegnato nella scrittura del suo prossimo album, quando si ritrova per le mani una storia alquanto bizzarra. Indovinate un po’ quale? La commedia di Aristofane! Ed è proprio da lì che prenderà vita il suo nuovo progetto musicale, dal titolo omonimo.

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De André, reduce dal successo del suo ultimo disco, ritorna a collaborare per la seconda volta con Mauro Pagani, con il quale aveva già lavorato per Creuza de Ma. Il cantautore genovese, rimasto affascinato dal testo di Aristofane, decide di usare questa fonte come idea di fondo per il nuovo album, partendo da una semplice domanda. Che significato attribuisce lo scrittore greco alle sue Nuvole? La risposta è presto data: la sua non vuole essere solamente una semplice commedia ma anche un pretesto per attaccare Socrate e i sofisti, colpevoli di educare le nuove generazioni ad assumere atteggiamenti di contestazione e provocazione nei confronti del governo conservatore di Atene. In conclusione, per Aristofane la nuvola più pericolosa è lo stesso Socrate. Tornando all’opera “deandreiana”, le Nuvole a cui fa riferimento il poeta sono tutte quelle persone che detengono il potere e che mostrano di temere il nuovo, il cambiamento che potrebbe sovvertire le loro privilegiate posizioni.

L’album è costituito da due facciate, completamente diverse: la prima (lato A) ci mostra il De André che tutti conosciamo, quello che non può fare a meno di arrabbiarsi nei confronti della politica attuale, denunciando i mali che da sempre attanagliano il nostro paese, nella maniera più ironica possibile; la seconda (lato B) continua invece il percorso etnico/dialettale, tracciato già dai tempi di Creuza. Il Fabrizio più intimo, che si mostra per quello che realmente è: un uomo totalmente legato alle sue radici, alle tradizioni, ai dialetti e alla sua terra d’origine. Il suo profondo amore per la campagna e gli animali è cantato con tutti gli accenti possibili: dal genovese al napoletano, passando per il dialetto gallurese. In questa seconda parte è racchiusa tutta la sua umanità. E’ un bisogno impellente quello di confessarsi e non deve farlo servendosi dei media e della televisione, ma attraverso ciò che ama di più: il canto e la musica. Inoltre può contare su una spalla non da poco. Mauro Pagani è uno dei più virtuosi musicisti italiani che il mondo abbia mai conosciuto e non a caso ha fatto parte per diverso tempo di uno dei gruppi rock che Fabrizio amava di più: la Premiata Forneria Marconi. Il loro incontro risale ai tempi de La buona novella, quando Pagani e compagnia erano ancora poco conosciuti e si facevano chiamare “I Quelli”. Non sarà l’unica collaborazione con il cantautore. I due si ritroveranno in seguito per alcuni concerti, dai quali verranno tratti due live: “Fabrizio De André e PFM Volume 1 & 2”. In seguito Pagani lascerà la band per dedicarsi ad altri progetti musicali. La sua strada si rincrocerà con quella di Fabrizio nel 1980, per la registrazione di Creuza De Ma. Gli anni 80 sono stati fondamentali perché hanno permesso ad alcuni coraggiosi artisti di aprire un nuovo varco nel vasto universo musicale: la world music. Hanno unito etnie e tradizioni musicali diverse l’una dall’altra, per creare qualcosa di unico. Un linguaggio globale, che potesse arrivare a tutti. In Italia i primi ad avventurarsi in questa terra inesplorata sono stati proprio De André e Pagani. Il loro contributo con Creuza De Ma è stato qualcosa di notevole, tanto che lo stesso David Byrne ha espresso parole di ammirazione per il loro lavoro. Col passare del tempo il loro rapporto cominciò a evolversi sempre di più: se prima si dividevano i compiti (chi ai testi, chi alla musica), con Le Nuvole unirono entrambe le forze, consultandosi e influenzandosi a vicenda. Cominciarono a guardarsi attorno, con un’attenzione al mondo del tutto diversa rispetto a prima.

Passiamo ora alla descrizione delle otto canzoni contenute nel disco. Come spiegato in precedenza, l’album si compone di due parti facilmente distinguibili. La prima parte inizia e si chiude allo stesso modo, ovvero con un canto di cicale, atto a simboleggiare la protesta del popolo italiano nei riguardi dei padroni. Il primo brano che ascoltiamo e che da il titolo al disco, non è cantato ma solo recitato da due voci femminili. Si parla in maniera piuttosto metaforica delle nuvole, del loro aspetto e comportamento nel cielo. Un’orchestra accompagna il recitativo con un motivo musicale onirico e sognante. Dopo questa piacevolissima introduzione, si entra nel vivo del progetto con l’opera buffa Ottocento. Si avete capito bene, opera buffa. E’ un effetto del tutto voluto. La struttura musicale è piuttosto anomala: un’atmosfera operistica molto goliardica accompagna un De André versione cantante lirico. Se il suo scopo era quello di sorprendere l’ascoltatore, ci è riuscito in pieno. Possiamo definirlo uno zibaldone dei generi musicali più svariati, compreso un passaggio di jodel tirolese sul finale. Insomma l’autore non si fa mancare proprio nulla. Tuttavia questa atmosfera assurda, altro non è che una parodia del capitalismo più sfrenato e di tutti quei consumatori che cadono vittime delle pubblicità più improbabili. Le note di chiusura del pezzo sono affidate al pianista Andrea Carcano, che esegue buona parte del brano Giugno di Cajkowskij. Segue Don Raffaè, una tarantella napoletana, nata dalla collaborazione tra il cantautore e Massimo Bubola. E’ una chiara denuncia contro lo Stato, più volte sottomesso dalle organizzazioni mafiose e all’intollerabile gestione delle carceri. Temi ancora oggi attualissimi. Il lato A si chiude con La domenica delle salme. Anche qui la politica la fa da padrone. De André si scaglia contro alcuni dei suoi colleghi cantautori, colpevoli di essere diventati “servi del potere”. E’ uno dei suoi pezzi più enigmatici e drammatici. Vi consiglio vivamente la visione del videoclip di questa canzone, girata dal regista Gabriele Salvatores. Guardando questo video è possibile capire molto della personalità di Fabrizio: uno sguardo rapido e furtivo verso il mondo esterno per poi chiudersi in sé stesso.

Inizia la seconda parte e da qui in poi nessuna traccia sarà più cantata in lingua italiana. Mégu Megùn (Medico medicone) racconta le vicende di un ipocondriaco, che credendosi affetto da una grave malattia, accusa il suo medico di volerlo far alzare dal letto. In realtà ciò che lo spaventa di più è il contatto con la gente. Alla fine il finto paziente deciderà di restare prigioniero del suo letto, al riparo da ogni contatto umano. Il brano, cantato in lingua genovese, sancisce la collaborazione tra De André e Ivano Fossati, che partecipa alla scrittura. La Nova Gelosia è una vecchia canzone napoletana che Fabrizio decide di includere nel suo lavoro, dopo averla sentita interpretare da Roberto Murolo. Il termine “gelosia” fa riferimento al serramento della finestra, che impedisce all’innamorato di guardare la sua bella. L’ascolto continua con A Cimmà, scritto anche questo con Fossati. E’ la traccia più commovente di tutte. Il cantautore racconta fase per fase, la preparazione di un tipico piatto di Genova, la “cima alla genovese”. Leggendo il testo sembra quasi di trovarsi di fronte a una ricetta culinaria. Il disco termina con un dovuto omaggio dell’autore alla sua terra di adozione, la Sardegna. Monti di mola narra un amore impossibile tra un uomo e un’asina bianca, i quali cercano di organizzare il loro matrimonio, salvo poi scoprire da alcuni documenti ufficiali, di essere parenti stretti.

Se volete capire a fondo che uomo è stato Fabrizio De André l’ascolto di questo album è d’obbligo!

Nursery Cryme

Il disco che ho scelto di recensire per questo secondo articolo è Nursery Cryme, della rock band inglese Genesis e dato alle stampe nel 1971 dalla casa discografica Charisma Records.

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I Genesis sono un gruppo rock inglese fondato nel 1969 da alcuni giovani studenti della Charterhouse, un college situato nei pressi di Londra e frequentato per lo più da ragazzi benestanti, appartenenti  alla buona borghesia britannica. La formazione originale della band comprende: il leader e cantante Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks, Anthony Philips alla chitarra classica, Mike Rutherford alla chitarra elettrica e al basso e infine Chris Stewart alla batteria. Insieme registrano due album dagli esiti poco fortunati : l’ambizioso e quasi ignorato “From Genesis To Revelation” e il successivo “Trespass”, lavoro nel complesso più maturo grazie al delinearsi di quello stile che i critici definiscono come rock progressivo. Tuttavia la svolta vera e propria arriva solo nel 1971, a causa di diversi mutamenti fondamentali. Philips lascia il gruppo e al suo posto subentra Steve Hackett, virtuoso della chitarra. Inoltre si unisce al complesso un giovanissimo Phil Collins, in qualità di batterista. Con questo ben collaudato team, i Genesis raggiungono il successo in Europa nel periodo 1971-1974, sfornando tutta una serie di capolavori del prog. Capostipite di questi è proprio “Nursery Cryme”, che vede la luce il 12 novembre del ’71. Tale titolo allude alle filastrocche per bambini, tipiche della tradizione anglosassone e che caratterizzano la traccia d’apertura del disco, “The Musical Box”.

Questa mini-suite, della durata di oltre dieci minuti, narra le vicende di un bambino che finisce decapitato da una sua coetanea, durante una partita di croquet. Il pezzo diventa col tempo uno dei cavalli di battaglia del gruppo, sia per il testo saturo di metafore e dall’aria molto fiabesca ma anche per l’ottima esecuzione dei musicisti, che passando da un tempo all’altro, riescono a non annoiare mai per tutta la durata della canzone. Terminato questo primo momento epico dell’album, l’ascoltatore viene trasportato verso atmosfere più delicate e rilassate, con “For Absent Friends”. Questa volta è Collins a vestire i panni del cantante solista, raccontando la storia di due vedove, che passano il tempo a rimembrare i giorni trascorsi con i loro rispettivi mariti. A differenza del brano precedente, questo è totalmente acustico. Sono la voce di Phil e la chitarra a farla da padroni, rendendo in pieno il senso di nostalgia dei protagonisti. La tranquillità però è destinata a durare poco, spazzata via da “The Return Of The Giant Hogweed”, articolata composizione che la dice lunga sul virtuosismo della band. Otto minuti di rock grintoso in cui c’è spazio per tutti : dalle chitarre di Hackett e Rutherford alle tastiere di Banks. Gabriel si divide tra canto e assoli di flauto, dimostrando anche ottime capacità di intrattenitore durante i concerti. Sul palcoscenico è lui l’attrazione principale, con la sua teatralità e i suoi celebri costumi. “Seven Stones” apre la seconda facciata del disco. Anche qui il testo mostra l’Inghilterra vittoriana che faceva da sfondo alle storie precedenti. Dal punto di vista melodico, il brano risulta essere molto articolato e allo stesso tempo malinconico, quasi a strizzare l’occhio ai King Crimson più sinfonici. Seguono due brevi intermezzi che anticipano il gran finale : il primo, “Harold The Barrel”, è un pezzo molto goliardico che ben si presta alle liriche surreali del testo; il secondo, “Harlequin”, è probabilmente l’unico motivo orecchiabile di tutta l’opera. La sua intensa drammaticità fa da preludio alla conclusiva “The Fountain of Salmacis”, breve suite dal sapore mitologico in chiave rock.  In ultimo ma non meno importante, la bellissima copertina dell’album realizzata da Paul Whitehead (curatore di molte altre cover dei Genesis). Essa vede ritratta la bambina protagonista di “The Musical Box” mentre impugna una mazza da croquet, sullo sfondo di un tramonto.

Sono molto legato a questo disco e mi sento di consigliarlo a tutti gli amanti del genere prog ma anche a coloro che vogliono semplicemente allargare i propri orizzonti musicali.

Kind Of Blue

Credo che ogni musicista e buon ascoltatore, appassionato o professionista che sia, non debba necessariamente imporre limiti a ciò che ascolta. Io personalmente ho sempre il bisogno di abituare l’orecchio a sentire cose nuove. Ho spesso voglia di sperimentare sonorità inedite, di esplorare mondi sonori a me ignoti. Intendiamoci, con questo non voglio affatto dire che bisogna per forza ascoltare di tutto (compreso quello che non ci piace) ma solamente provare strade diverse dall’ordinario. Ritrovare il gusto della scoperta. Alla fine le scelte possono essere due: rimanere delusi da ciò che abbiamo trovato e ritornare sui propri passi oppure innamorarci di ciò che le nostre orecchie non avevano mai captato prima e buttarci a capofitto alla scoperta di un genere musicale pieno di sorprese. Un po’ come è successo a me quando mi sono imbattuto per la prima volta con Kind of Blue di Miles Davis. Fino a quel momento non mi ero mai avvicinato al jazz. Volete sapere la mia reazione dopo averlo udito dall’inizio alla fine? Tanto immenso stupore!

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“Quest’album deve essere stato fatto in paradiso!” esclamò James Cobb, uno dei musicisti che prese parte alla registrazione del disco. E come dargli torto?! Kind of Blue è uno dei capolavori della storia del jazz, partorito dalla mente geniale di Miles Davis. Stiamo parlando di uno dei musicisti più importanti del Novecento, che con le sue opere mise in atto una vera e propria rivoluzione in campo jazzistico, tanto da far storcere il naso ai puristi dell’ambiente. Ma andiamo con ordine.

Tutto ha inizio nel marzo del 1959. Miles convoca in rassegna sei musicisti presso uno studio di registrazione. Non sono musicisti qualsiasi ma persone di spiccato talento sia per quanto riguarda l’esecuzione e l’improvvisazione. Due doti che per Davis sono fondamentali per poter realizzare ciò che ha in mente. Una selezione accurata e studiata nei minimi dettagli: al sax contralto troviamo Julian Cannonball Adderley, al sax tenore John Coltrane (altra figura fondamentale), Bill Evans al pianoforte, James Cobb alla batteria, Paul Chambers al contrabbasso e infine Winton Kelly che suona il piano solamente in un brano. Tale sestetto diventerà il più celebre proprio perché formato dai migliori strumentisti della scena musicale di quegli anni. Naturalmente protagonista indiscussa è la tromba di Miles, autrice di assoli memorabili. Una volta riunita la formazione al completo, il trombettista consegna a ciascuno di loro alcune brevi tracce guida di linee melodiche sulle quali poter improvvisare. Sembra difficile crederlo ma la lavorazione dell’album fu molto breve. Nove ore di registrazione suddivise in sole due sessioni. Un risultato all’epoca straordinario e che la diceva lunga sull’abilità mostruosa del gruppo. Tuttavia per gli standard di Davis tali risultati non erano poi così insoliti. Negli anni a venire cominciò a diffondersi una particolare leggenda secondo la quale tutti i brani registrati non erano altro che prime esecuzioni assolute. Tale credenza venne poi smentita dai diretti interessati.

Perché Kind of Blue può effettivamente essere ritenuta un’opera rivoluzionaria? La risposta va cercata nel modo in cui l’autore ha impostato la procedura di creazione del lavoro. Con Davis si può parlare per la prima volta di jazz modale, dove gli accordi non devono per forza seguire i gradi di tonalità imposti dalla scala armonica tradizionale. La relazione che teneva uniti armonia e melodia non esiste più. Questa tecnica verrà utilizzata dal trombettista anche nei suoi dischi successivi, inaugurando una nuova evoluzione del genere stesso. Come già detto, all’epoca della sua uscita Kind of Blue fece storcere il naso a tanti critici, gli stessi che poi lo rivaluteranno in futuro. Cinque sono i pezzi che lo compongono, tutti diventati dei classici senza tempo e reinterpretati da numerosi musicisti e colleghi dello stesso Miles. Ogni brano è stato studiato per far risaltare ogni strumento: dal contrabbasso di Chambers alla batteria di Cobbs, passando per i sax di Adderley e Coltrane. Il tutto a dimostrare come questa macchina sia perfettamente oliata e ben funzionante. Un sestetto irripetibile che consentì al disco di diventare l’album jazz più venduto di sempre. Tantissimi i musicisti delle generazioni future che vi presero ispirazione, dalla musica classica arrivando persino al rock. Qualche esempio?  Richard Wright, il tastierista dei Pink Floyd, ammise di aver utilizzato la tecnica di progressione degli accordi per la realizzazione di Dark Side of the Moon. Già, perché Kind of Blue è un’opera che non conosce confini. Amato non solo dai jazzisti ma anche dai rockettari, dagli amanti della classica e persino dai metallari. Per chiunque voglia avventurarsi in questo genere l’album di Davis rappresenta un punto di partenza ideale. Consigliato a tutti i neofiti del jazz.

Tuttavia lo stesso anno in cui uscì l’album (17 agosto 1959) il trombettista fu protagonista di un episodio molto spiacevole. Una sera, dopo esser uscito da un locale a New York, venne pestato duramente dalla polizia e arrestato. L’accusa rivoltagli fu quella di resistenza a pubblico ufficiale. Ma non era vero. Secondo molti testimoni che avevano assistito alla scena, Davis fu vittima dell’ennesimo caso di razzismo e abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. Il poliziotto che lo aveva picchiato aveva bevuto fortemente quella sera. Il suo fiato puzzava pesantemente di alcool. Questa drammatica vicenda segnò profondamente l’esistenza del musicista. Il tema del razzismo sarà manifestato anche in altre sue opere successive, come nella copertina del celebre Bitches Brew del 1969.

Non basterebbe una recensione come questa per parlare di un’opera grandiosa e complessa come Kind of Blue. Sono stati scritti numerosi libri a riguardo e ancora se ne continueranno a scrivere. Il mio consiglio? Ascoltatelo e basta. Non ve ne pentirete!